Mio carissimo,
quante e quante cose mi hai dette nella tua lettera, che io ho atteso (ma perché poi non ti ho scritto io, subito arrivato?), e che io ho ricevuto sempre con quella gioia trepidante con cui si toccano le cose im- mensamente amate. Perché fra tanti esseri ce n’è al- cuni che inesorabilmente si inseriscono nella nostra vita interiore, sì che il loro interesse diventa il nostro interesse.
Da quando me l’hai fatto sapere, di nuovo ricordo al Signore tuo papà. E te, sebbene ogni giorno ti ricor- dassi, dopo la lettera tua rammento con più passione.
Perché sei proprio come questo mare: immenso ed arcano, che sempre lo senti dire un suo misterioso pensiero profondo, che capisci, ma non sai ridirtelo a te stesso con parole comprensibili e determinate; questo mare che ora è calmo ed a stento l’odi appe- na ansare sulla riva e sembra che sogni, e dopo poche ore è tutto tribulato ed ansimante ed appassionato, e non sai il perché – … ma calmo od agitato, silenzioso od irato, il mare ha ogni giorno ed ogni istante un minimo comun denominatore, un significato base unico ed inesorabile, che è la sua grandezza: il senso travolgente di una immane aspirazione all’infinito, al mistero infinito. Così l’anima tua, fratello ed amico dell’anima mia: così la tua vita, nelle vicissitudini an-
gosciose o serene che s’incalzano apparentemente senza motivo: c’è una voce, una passione, una agonia che sta alla base di tutto: ed è la voce la passione l’an- sia di Lui, Felicità, Bellezza, Bontà Suprema, che ha fatto come effimeri esemplari di Sé anche il cuore di nostro padre e di nostra madre. E le esperienze del- la vita ad altro non possono servire che a farcene sen- tire sempre più profondo, travolgente, esclusivo il bi- sogno: soprattutto le esperienze dolorose, soprattut- to le più dolorose, soprattutto le più terribilmente dolorose: ed è perquesto che esse sono la più gran- de benedizione. Perdonami: ed è l’unico modo di sentirsi davvero Suo amico. Perdonami: che altro ti posso dire? Ieri era il tuo onomastico, nel Messale mi sembrava di chiamare te; quanto a me…, la mia car- ne, il mio cuore, la mia intelligenza fremono di una infinità di desideri, di cui nemmeno uno appagato (credimi come amico); l’anima freme di un solo de- siderio e l’ha, ogni momento che lo vuole: l’Infinito Gesù. Ciao, e… perché mi hai dato del «Lei»?
Tuo don Luigi
Leonor! Ho appena corso insieme a tantissimi bambini facendo gare cn i pneomatici delle auto! Qui laTerra é rossa come il sangue,e laVita é1altra cosa!! Ciaooo!
Omelia Giovedì Santo 2011 Papa BXVI
Dio ama gli uomini. Egli viene incontro all’inquietudine del nostro cuore, all’inquietudine del nostro domandare e cercare, con l’inquietudine del suo stesso cuore, che lo induce a compiere l’atto estremo per noi. L’inquietudine nei confronti di Dio, l’essere in cammino verso di Lui, per conoscerLo meglio, per amarLo meglio, non deve spegnersi in noi. In questo senso dovremmo sempre rimanere catecumeni. “Ricercate sempre il suo volto”, dice un Salmo (105, 4). Agostino, al riguardo, ha commentato: Dio è tanto grande da superare sempre infinitamente tutta la nostra conoscenza e tutto il nostro essere. Il conoscere Dio non si esaurisce mai. Per tutta l’eternità possiamo, con una gioia crescente, sempre continuare a cercarLo, per conoscerLo sempre di più ed amarLo sempre di più. “Inquieto è il nostro cuore, finché non riposi in te”, ha detto Agostino all’inizio delle sue Confessioni. Sì, l’uomo è inquieto, perché tutto ciò che è temporale è troppo poco. Ma siamo veramente inquieti verso di Lui? Non ci siamo forse rassegnati alla sua assenza e cerchiamo di bastare a noi stessi? Non permettiamo simili riduzioni del nostro essere umano! Rimaniamo continuamente in cammino verso di Lui, nella nostalgia di Lui, nell’accoglienza sempre nuova di conoscenza e di amore!